Repubblica Dominicana, tesoro dei Caraibi

di Marinella Bellan, foto di Christian Patrick Ricci

Turismo ecologico nel cuore delle Antille

«In nome dei Reali di Spagna prendo possesso di quest’isola, che chiamerò in loro onore Hispaniola». Queste devono essere state, più o meno, le parole dell’ammiraglio Cristoforo Colombo, quando mise piede per la prima volta, nel dicembre 1492, su quella che sarebbe diventata una delle mete preferite da molti turisti: la Repubblica Dominicana.
A distanza di più di cinquecento anni atterriamo all’aereoporto di La Romana, dove un accogliente «Hola amigos!» ci trasmette la sensazione di essere tornati a casa, tra gente conosciuta. Ed è in quel momento che nutro la speranza di riuscire a ripartire con la cognizione di aver capito lo spirito caraibico.
Innanzitutto è doverosa una precisazione: la Repubblica Dominicana è erroneamente nota con la generica definizione di Santo Domingo, che in realtà è il nome della stupenda capitale. A voler dimostrare rispetto per un Paese, è bene usare la terminologia corretta: otterremo in cambio uno dei caldi e meravigliosi sorrisi di questo popolo, che sanno entrare nel cuore. Non a caso siamo nella cosiddetta “terra dei sorrisi”.
Il nostro viaggio prevede di lasciarci alle spalle le zone più conosciute e turistiche, per addentrarci ed approfondire la parte a sud-ovest dell’isola, dove gli ecosistemi si differenziano chiaramente in un territorio piuttosto circoscritto. La regione di Barahona, con l’omonima e pittoresca città Santa Cruz de Barahona, è l’ingresso verso un paradiso indimenticabile.
Attraversiamo borghi vivaci e colorati prima di arrivare a Oviedo, al centro di visita del parco nazionale di Jaragua, dove incontriamo il dottor Jorge Brocca, direttore della Società Ornitologica dell’isola, che ci spiega l’importanza e le finalità ecoambientali dei vari parchi e delle zone protette istituite dal governo dominicano: questo, data 1987. Doveva essere un breve incontro ma, coinvolto dal nostro entusiasmo sull’argomento, il direttore si presta da cicerone, rivelandosi – oltre che  professionista esperto – anche persona cordiale e disponibile. Insieme a lui, esploriamo in barca i ventisette chilometri quadrati di acqua salata presente in quest’area, profonda circa un metro e mezzo, dal fondale sabbioso e coperto dalla pianta acquatica Ruppia maritima, dove vive – oltre a numerosi tipi di pesci – il Nicholsi cyprinodon, specie autoctona osservata solo in questa laguna. Grazie ad un raro ambiente naturale , poi, si ammira un’avifauna – varia e protetta – di circa settanta specie stanziali e migratorie: aironi di vario genere, sterne, pellicani, gabbiani, e la colonia più numerosa di tutta l’isola di fenicotteri. Un paradiso per i birdwatcher. Anche la fauna terrestre è interessante: vivono specie  in pericolo di estinzione come : l’endemica e suggestiva iguana rinoceronte, il solenodonte e  la hutia di Hispaniola. Sullo sfondo, torri eoliche forniscono energia: potrebbero disturbare la vista in un panorama così naturale, invece testimoniano la volontà del governo di sviluppare nuove risorse alternative per fermare la deforestazione, preservando il patrimonio verde nazionale.
Proseguiamo verso sud per scoprire una delle più belle spiagge dell’isola, Bahia de las Aguilas. Anch’essa compresa nel parco di Jaragua, è Riserva della Biosfera Unesco: vanta una barriera corallina splendida, ed è qui che vengono a deporre le uova le tartarughe marine. Per arrivarci partiamo da La Cueva, dove è possibile noleggiare un’imbarcazione: in dieci minuti di navigazione, ammirando un paesaggio di rocce e grotte a picco sul mare, presumibilmente abitate dagli antichi indios, si approda su un tratto di costa completamente isolato. E’ un esperienza incantevole passeggiare sulla sabbia soffice e bianca disseminata di conchiglie, tra acque cristalline che svelano stelle marine colorate sul fondale. Non ci sono palme, né traccia di insediamenti umani. L’ambiente è intatto e incontaminato, il cielo di un azzurro intenso, proprio come doveva essere ai tempi dei pirati che solcavano questi mari, alla ricerca di nascondigli sicuri per i loro bottini. Prima di ripartire da La Cueva approfittiamo di uno spartano ristorantino per gustare ottimo e freschissimo pescado con coco – pesce cotto nel latte di cocco – con aroz blanco, riso bianco, e gli immancabili e squisiti tostones – fette di platano verde fritte – insieme ad una birra servita in bottiglia avvolta da un tovagliolo e come al solito, molto fredda.
A questo punto sono sempre più convinta che la verde isola dominicana sia un autentico forziere, che più che i tesori dei pirati racchiude un patrimonio naturalistico ben più prezioso: e il lago Enriquillo è uno di questi gioielli. Si trova all’interno, a ovest del Paese: il nome richiama l’eroe nazionale taìno che combatté contro i primi conquistatori spagnoli, è il più grande specchio d’acqua dolce dei Caraibi e presenta due peculiarità non comuni, ovvero è situato in un avvallamento a quaranta metri sotto il livello del mare e le sue acque sono salate. Per capirne il motivo dobbiamo tornare indietro di milioni di anni, quando era ancora collegato al mare da un canale: con il tempo, i detriti portati dal Rio Yaque del Sur lo isolò, lasciandoci in eredità un luogo circoscritto, di importanza mondiale per il suo ecosistema. Le scarse precipitazioni, l’alta temperatura, l’ambiente caldo e secco – decisamente desertico – e il fatto di non avere emissari sono fattori che hanno determinato una concentrazione salina tre volte superiore a quella del mare.
I dintorni possono essere visitati a piedi, ma è noleggiando una delle piccole imbarcazioni vicino alla città di La Descubierta che si potrà carpire un altro dei molteplici segreti di questo ecosistema: una colonia di circa duemilacinquecento esemplari di coccodrilli americani (Crocodylus acutus). Si concentrano – maggiormente all’alba – in una zona del lago dove entra un fiume di acqua dolce. Al suo interno si trova l’isola Cabritos, sede del Parque Nacional Isla Cabritos: visitarla è come tornare indietro nel tempo. Camminare su fossili di conchiglie e osservare – mimetizzate sotto gli alpargata, cactus enormi – le oramai rarissime iguane di Ricord (Cyclura ricordi) restituisce un’atmosfera decisamente preistorica. L’unica nota di colore è il rosso sangue degli occhi di queste creature, su un’isola così arida e brulla in cui si cerca di preservare i pochi esemplari sopravvissuti dall’estinzione totale. Affacciata sul lago si trova la località di Las Caritas – piccole facce, nella lingua locale – un sito archeologico che conserva i petroglifi, volti scolpiti nella roccia, testimoni del grande popolo prehispanico dei taìno, da cui si ammira il lago Enriquillo in tutta la sua estensione.
Da un ambiente caldo e secco dal clima infernale scendiamo verso Paraiso, il paradiso appunto: foreste pluviali, cascate, fiumi, dove sorge il Rancho Platòn (www.ranchoplaton.com). Immersa nel verde, è una struttura ricettiva che unisce qualità e servizi raffinati a un’esperienza a contatto totale con la natura, a impatto zero. L’energia è prodotta da centrali idroelettriche che sfruttano l’acqua dei fiumi circostanti, senza danneggiare o modificare il territorio. Un ecolodge dove, oltre a godere di una quiete assoluta, si possono praticare attività ed escursioni e provare l’esperienza unica di dormire in una casa sugli alberi.
Da una gemma della foresta ad una della montagna: nelle vicinanze di Barahona si trova l’unica miniera al mondo di larimar, una pietra semipreziosa di origine vulcanica detta anche pietra delfino per le sue tonalità blu-azzurro. Nonostante sia stata scoperta nell’ormai lontano 1916, ancora oggi è conosciuta solo dagli esperti di preziosi, e questo la rende ancora più affascinante: indossarla al collo è come avere con sé la magia speciale di questa terra.
Rimanendo all’interno della regione ci dirigiamo verso Cachote – più conosciuta come “Selva Nublada” – un’area boschiva nelle montagne del Bahoruco orientale. Un’escursione al suo interno può dare l’idea della biodiversità della flora e della fauna presenti: una foresta pluviale dove felci arboree, bromelliacee, diversi tipi di orchidee e altre piante endemiche abbondano, insieme a più di trenta specie di uccelli, tra cui colibrì e pappagalli, ma anche rettili, mammiferi e farfalle variopinte. Insomma, un eden da tutelare.
È in atto un progetto di sviluppo turistico in queste zone con una prerogativa degna di nota: l’aumento dei turisti che sceglieranno la regione come meta di viaggio avrà un’influenza sullo sviluppo socioeconomico del Paese che dovrà svilupparsi armonicamente con l’ambiente, contribuendo alla promozione di un ecoturismo che non stravolgerà gli habitat incontaminati ancora presenti, ma si integrerà con essi. Una filosofia green che anche il Tropical Lodge di Casa Bonita ha adottato da alcuni anni.
Ritornando verso est, merita una giornata, la visita di un altro capolavoro della natura, l’isola di Saona, così chiamata in onore di un membro dell’equipaggio di Colombo, nativo di Savona, che per primo l’avvistò. Due piccole comunità di pescatori sono le uniche traccie dell’uomo, mentre il resto sono palme e foreste di mangrovie, rifugi di numerosi uccelli come la fregata (Fregata magnificens), nota per le sue spettacolari acrobazie. Un angolo del parco nazionale dell’ Este, dalle vergini spiagge bianche e dalla verde e rigogliosa vegetazione.
Non si può ripartire dalla Repubblica Dominicana senza aver visitato la capitale che – forse pochi sanno – vanta diversi primati: è la città più antica, ospita il primo ospedale, il monastero più datato, così come la cattedrale e la fortezza in pietra più vecchie del nuovo mondo, tutti racchiusi nella cosiddetta zona coloniale, dichiarata nel 1990 patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Vi si entra attraverso la Porta de la Misericordia. È davvero emozionante passeggiare tra case che emanano ricordi ancora tanto significativi: ogni pietra, ogni rovina richiama la vita del XV secolo e la storia del Nuovo Mondo. La Porta del Conde conduce direttamente nel Parco dell’Indipendenza, dove sorge l’Altare della Patria – che accoglie in perpetuo riposo le spoglie dei padri fondatori – e dove ogni anno il 6 novembre si festeggia il primo giorno della Costituzione, datata 1844.
Come spesso accade, la storia di questa fiera nazione è dipinta nei colori della sua bandiera: un rettangolo diviso da una croce che, orgogliosamente, l’uomo comune che si incontra per la strada descrive volentieri. Il rosso è il sangue versato per l’indipendenza; il blu è il colore che circonda l’isola; la croce bianca simboleggia l’agognata pace. A questo punto è chiaro perché un popolo, che ha sofferto duramente per ritrovare la propria identità, sia così spensierato, allegro e sereno, anche se possiede poco. Nelle sue danze, passionali e sfrenate al ritmo di merengue e bachata, palpita forte il sentimento che lo contraddistingue, rendendolo speciale.
È lo spirito del Caribe che entra nel cuore, attraverso una musica che è vita, nei riflessi di quel blu intenso dell’isola, gustando questo cibo dal gusto delicato, ma anche lasciandosi accarezzare dalle acque tiepide, odorando quei fiori meravigliosi. E quando lo spirito del Caribe è entrato nel cuore, è troppo tardi, tornerete alla vita di tutti i giorni con il pensiero di quando ci ritornerete, a casa …..nella repubblica Dominicana.

© Marinella Bellan 2011

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