Ordinarie scene di vita selvaggia

L’immaginario prende forma e si traduce in realtà, la Namibia e la sua fauna

« Io più imparo ad essere un uomo, e più voglio essere un animale. »
(Mowgli)

Il tempo non può toccare quei sogni e quelle fantastiche avventure, proiettate nella mente e vissute con il cuore di un bambino.
Scavando nella memoria affiorano ricordi sopiti quasi trasparenti che appartengono all’adolescenza, di quelle giornate interminabili passate ad immaginare come potesse essere il mondo.

E una quercia in quel momento diventa baobab e il cane un leone, i confini si annullano e in un istante puoi anche volare e diventare un aquila oppure correre come un ghepardo nella savana. Non diventare mai grande, non fermarti, nulla ti farà del male.

Da piccolo immaginavo l’Africa come un luogo selvaggio, magico, affascinante, misterioso, complici le letture di Kipling, Burroughs e Salgari che hanno accompagnato e intrattenuto la mia infanzia a cui sono tanto grato perché regalo di fantastiche avventure.
Ed ora… ora, mi ritrovo finalmente qui, in Namibia da grande; l’essere qui significa davvero tanto e le aspettative, man mano che il fuoristrada procede nel Kalahari, diventano sempre più motivo di certezza di quello che avevo immaginato. Ora sono pronto e consapevole, so che incontrerò gli animali come in nessun altro posto al mondo e magari con un pizzico di fortuna avrò l’onore di osservarli da vicino, per me un privilegio da vivere con cuor leggero senza i pregiudizi dell’età adulta.
Le gambe mi tremano e l’emozione pervade tutto il mio corpo, siamo sulle tracce degli elefanti; personalmente non ho mai avuto esperienze con questi giganti, se non l’osservazione in qualche zoo e la mattinata trascorre ad osservare tracce e cercare le piste lasciate ovunque nel letto di un fiume in secca quando, finalmente, verso mezzogiorno appare il branco, una quindicina di individui, siamo salutati da un giovane adolescente che subito inscena una carica per dimostrare la sua forza, Pearce, la nostra guida, mi fa segno di tranquillizzarmi, di rimanere fermo e di lasciare che l’elefante mi annusi.
Confesso di avere avuto l’adrenalina a mille, un elefante è davvero grande.
Passato l’exploit del giovane pachiderma e ristabilita la calma che necessita per godere di questo spettacolo, ecco apparire i cuccioli insieme alla matriarca e alle zie addette alla cura dei piccoli.
Che dire, sono davvero splendidi, sono manifestazione di bellezza e forza allo stesso tempo, credo che, insieme alle balene, siano e rappresentino l’anima della terra.
La valle che ci accoglie contestualizza gli elefanti davvero in maniera bizzarra, immaginavo solo savana invece qui, a Doro Nawas, la savana incontra rilievi montuosi formati da una roccia rossa che ricordano un’atmosfera marziana.

Nei giorni seguenti gli incontri si fanno sempre più intensi, le gazzelle (springbook) sono dappertutto, non è raro vederle a centinaia in branco sulla pista sterrata e non posso fare a meno di pensare cosa provarono i primi esploratori, ai loro occhi la ricchezza di queste terre doveva parere incredibile.

Procediamo per il cuore faunistico della Namibia, il parco nazionale di Etosha, serbatoio ed area protetta per la conservazione della specie, un parco che vanta il primato di essere uno dei primissimi parchi naturali istituiti al mondo con una straordinaria concentrazione di fauna selvatica: oltre 90 specie di mammiferi, dai grandi predatori ai piccoli erbivori e 325 specie di uccelli.
In lingua Owambo Etosha significa “il grande luogo bianco dell’acqua asciutta”, perché le piogge sono rare e la depressione centrale rimane quasi sempre asciutta. L’Etosha Pan è infatti la vastissima depressione salina che occupa buona parte della zona orientale del Parco e che, occasionalmente, viene raggiunta dalla acque provenienti dal bacino pluviale dell’Angola.
Qui ad Etosha il lato selvaggio non tarda a farsi annunciare e qualunque osservazione regala scene di vita selvaggia indimenticabili; ci si sente come in un documentario di David Attenborough, una leonessa con i suoi cuccioli, indisciplinati e curiosi, le giraffe alla pozza, zebre, gnu, orici tutti insieme in giganteschi branchi… è davvero uno spettacolo.

Nel corso della mia visita, dopo aver osservato tutti i principali attori, gli animali, non posso fare a meno di riflettere che non c’è gioia più grande di vederli liberi di scorrazzare nel loro ambiente, è molto diverso osservarli in cattività, sono pur sempre la stessa specie ma non è la stessa cosa, se mi passate il termine – la cattività non esalta lo spirito leonino ma emula solo le fattezze morfologiche e poco quelle caratteriali che sono sacrosante di un leone.
Siamo di fronte ad un passaggio epocale e cioè il rischio di perdere la grande biodiversità dell’Africa.
Angoscia pensare che i nostri posteri forse non potranno ammirare quello che oggi è ancora fruibile, lo sviluppo e la rapida crescita economica se non ben pianificata potrebbe portare alla perdita di territori preziosi per la fauna.

La Namibia dimostra come sia possibile, attraverso la salvaguardia e la sensibilizzazione, favorire sviluppo ed occupazione in paesi ed aree a forte interesse naturalistico, grazie all’impegno degli stessi e della popolazione, alla conservazione della specie e dei territori.
Garantendo, così, un futuro economico duraturo negli anni a questi paesi emergenti per la promozione e la fruizione di un turismo naturalistico sempre più consapevole e numeroso.

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