Namibia, genesi dell’evoluzione

In Africa, violenta e dolce allo stesso tempo, l’uomo e la natura si scontrano ogni giorno, le diverse etnie combattono tra loro: ogni giorno in Africa è violenza, uomini contro uomini, animali contro animali, uomini contro animali.

Ma è pur vero che l’Africa è espressione della bellezza. Chi l’ha visitata o ci ha vissuto porta dentro sé la nostalgia dei tramonti, gli spazi liberi e immensi, i profumi, la vita: è il mal d’Africa, il desiderio di tornare per rivedere questo struggente e magnificente splendore.
È questo il continente che, forse più di tutti gli altri, ha conservato la storia del nostro pianeta. Ed è questo, ancora oggi, che costituisce il paradiso perduto di geologi, antropologi, naturalisti e i più svariati appassionati del sapere. Infatti, sembra proprio che l’origine dell’uomo debba collocarsi in Africa, e in particolare in Namibia.

Essere qui, dunque, e presentarsi a questa terra con la stessa generosa apertura che essa dimostra al viaggiatore, è un’esperienza che rievoca sensazioni arcaiche: si provano impressioni che pervadono l’essere, che si fatica a comprendere ma che si riconoscono – in qualche misterioso modo – come proprie. Può sembrare una frase ad effetto, invece è proprio la testimonianza diretta dell’esperienza: anch’io, come tanti altri prima di me, oggi posso dire di aver sentito l’Africa.

Ero in Namibia per documentarne la fauna, quando a poco a poco hanno cominciato ad emergere stimoli simili a reminiscenze ancestrali: qualcosa di difficilmente spiegabile, che avevo già provato in parte in Mongolia, nella Flint Valley – uno dei più grandi siti paleolitici del mondo – ma non in maniera così intensa.
In Namibia l’aria, la terra, i colori parlano. Come testimoni del passato.

Chi ha la fortuna di percepire questi racconti, non può fare a meno di lasciarsi pervadere. È fondamentale ricordare che l’uomo ha iniziato il suo cammino proprio qui, per capire la portata del luogo.

Ed io confesso che non ne sapevo nulla, e non associavo questa terra alle origini dell’umanità: soltanto dopo essere tornato a casa ho approfondito le mie ricerche, davvero incuriosito e turbato dalla forza comunicativa che quel territorio possiede. Dicono che anche le pietre parlano se le si sa ascoltare, e che gli indiani d’America rimangano connessi misticamente con intere generazioni di avi: io non lo so, ma so che in Namibia mi sono sentito come a casa, ho intuito che la natura là vive in armonia e che anch’io facevo parte di quell’armonia.

Di certo, questo viaggio mi ha segnato nell’anima e non escludo che lo abbia fatto anche nel dna.
Uno studio della mappatura genetica africana ha mostrato che in questo continente esiste una diversità genetica maggiore che in ogni altra parte del globo e che l’uomo moderno ebbe origine nella parte meridionale di esso, tra Sudafrica e Namibia.

Secondo quanto riportato nel resoconto pubblicato online su “Science Express”, i ricercatori dell’Università della Pennsylvania – alla guida di un team internazionale – hanno esaminato centoventuno popolazioni africane, quattro afroamericane e sessanta non africane, al fine di individuare schemi di variazione in 1.327 marker del dna: l’analisi ha tracciato la struttura genetica di quattordici cluster di popolazioni ancestrali che correlano con l’etnia e con alcune caratteristiche linguistiche e culturali; gli studiosi hanno dimostrato inoltre che in Africa esiste una diversità genetica maggiore che in qualunque altra regione del mondo, e stabilito – appunto – che l’origine dell’uomo moderno è da situare nella parte meridionale del continente, al confine tra Sudafrica e Namibia.

Estrapolando alcuni dati, gli scienziati sono riusciti a mappare le antiche migrazioni e a determinare che l’esodo dall’Africa avvenne da est.
Inoltre, è stata documentata l’antica origine comune di diverse etnie africane di cacciatori-raccoglitori, tra cui i pigmei della fascia centrale e popolazioni meridionali e orientali che parlano con le caratteristiche consonanti-click pronunciate facendo schioccare la lingua contro il palato, tanto da ipotizzare che la lingua nativa pigmea fosse dello stesso tipo.

Lo studio citato, infine, colloca gli antenati degli afroamericani, in misura predominante, nei gruppi niger-kordofaniani dell’area occidentale, ma anche fra gli europei e negli altri popoli africani, sebbene il livello di mescolamento genico vari notevolmente da individuo a individuo.
La teoria Out of Africa – per cui tutte le civiltà avrebbero un’origine comune nella parte meridionale di questo continente, e la conseguente e progressiva migrazione verso gli altri – si consolida anche con un altro studio, questa volta linguistico: le seimila lingue parlate qui oggi sarebbero la naturale trasformazione di una sola, utilizzata più di centomila anni fa.

Per dimostrarlo Quentin Atkinson, psicologo ed evoluzionista dell’Università di Auckland, ha esaminato cinquecentoquattro lingue analizzandone i fonemi, e questo approccio gli ha consentito di accertare uno stupefacente risultato: quelle moderne, benché complesse, ne sono meno ricche, ovvero l’italiano presenta trenta fonemi, il giapponese venti, mentre duecento sono quelli dei boscimani del Kalahari.

La ricerca sottolinea che, più ci si avvicina alla zona subsahariana, più i fonemi aumentano: la dimostrazione, secondo la teoria, che le modifiche di una lingua primitiva universale siano intervenute in conseguenza della migrazione di gruppi di persone, più o meno grandi, verso nuovi territori.
Quasi tutti gli studiosi concordano che i primi esseri umani moderni vissero in Africa tra centocinquantamila e duecentomila anni fa, e che iniziarono a lasciare la loro terra di origine alla ricerca di altre aree di insediamento circa settantamila anni fa.
In Namibia, oggi, esiste una trentina di etnie: ndonga e ovambo costituiscono insieme il gruppo più ampio e parlano la stessa lingua ndonga, seguono i kwanyama, i luyana, i mbandieru, i damara, gli herero, i boscimani, gli afrikaners di discendenza tedesca e britannica e i più conosciuti himba.

Questi discendono da un gruppo herero che migrò nella seconda metà del XIX secolo in Angola, chiedendo ospitalità alle tribù locali: furono chiamati ovaimba, che significa “il popolo che mendica”; nel 1920 attraversarono nuovamente il confine, tornando alla terra d’origine. Mentre gli herero, colonizzati dai tedeschi, modificarono il loro stile di vita, gli himba mantennero pressoché immutato il loro. Famosa è la bellezza delle donne, che ricoprono di grasso e ocra rossa la pelle e i capelli. Questo popolo vive di pastorizia e rifiuta le cure mediche occidentali, preferendo rimedi naturali. Purtroppo sono in aumento costante la prostituzione femminile e l’alcolismo fra gli uomini della comunità.

La Namibia è anche tutto quello per cui eravamo partiti: è natura e paesaggi incontaminati. E a questo punto meritano un cenno i luoghi da non perdere, in un viaggio in questa parte di Africa: Sossusvlei con le sue dune incanta lo sguardo, il parco nazionale Etosha e i suoi animali sono uno dei simboli della visita, mentre conserva il suo fascino trascendente la Skeleton Coast, dove il Namib – uno dei più antichi deserti del mondo – incontra l’oceano.

Questo Paese mantiene molto più di quanto promette: a tratti regala la rara sensazione di ricongiungimento con le origini ataviche, mentre i colori intensi e la vita selvaggia dell’Africa marchiano irreparabilmente l’anima. Dolce e violenta, la Namibia ci riaccoglie tutti nell’antica culla.
La realizzazione del servizio pubblicato è stato possibile anche grazie alla collaborazione di Agostinella Ribero Namibia Travel Connection www.namibiatravel.com, che ha contribuito con una gentile e professionale organizzazione del tour, della guida e fotografo Pierce Lestrange, che ha dimostrato eccellente competenza e conoscenza del territorio, dell’amico e fotografo Fabio Liverani, delle strutture che hanno ospitato gli inviati, di Air Namibia e Namibia Tourism Board c/o Airconsult,
web www.namibiatourism.com.na,
email [email protected]

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