Kalimantan

Nel cuore del Sud Est asiatico
Un territorio da depredare. Le lobbies dell'olio di palma.

 

Fortunatamente, anche se in ritardo, è entrato in vigore lo scorso dicembre il regolamento UE che rende più trasparenti le etichette alimentari a vantaggio dei consumatori e dell’ambiente.
Infatti ora le aziende hanno l’obbligo di riportare la dicitura “olio di palma” se presente nel prodotto, e non più il generico “oli vegetali”  di  prima.
Nascono gruppi “no olio di palma” su facebook, e la RAI tramite il talk show REPORT ha finalmente scoperchiato il vaso di Pandora.
Problematiche già note ad ambientalisti ed attivisti che da anni ne denunciano la grave situazione.
Perdita di foreste equatoriali e danni alla salute del consumatore, sono fattori  da prendere seriamente in considerazione, il Borneo un’isola grande quanto Spagna, Portogallo e un pezzo di Francia ha perso, in circa quarant’anni,  la sua foresta primigenea del 50% a vantaggio delle monoculture di palma da olio.
Ne consegue una facile equazione: la perdita di foresta è anche perdita di biodiversità, specie animali e vegetali, modifica del clima globale e desertificazione.
Ergo: un problema che ci riguarda molto da vicino; non a caso le stagioni sono cambiate e sempre più ci dovremo abituare alla tropicalizzazione del mediterraneo e a fenomeni naturali catastrofici e imprevedibili.
Un industria e un commercio ormai non più sostenibile, un modus operandi che inquina con gas serra e taglia foreste, unica fonte di ossigeno insieme agli oceani.
A questi ritmi nel giro di qualche decennio sorpasseremo il punto critico di non ritorno, c’è da chiedersi se i nostri posteri avranno aria da respirare!
Il fenomeno di queste monoculture riguarda sopratutto Malesia ed Indonesia, ma anche in Sud America e Africa la foresta sta cedendo il passo all’olio di palma.
Recenti studi ne dimostrano la dannosità per la nostra salute, 
 continuare ad assumere cibi che contengono olio di palma è una scelta che porta a conseguenze gravi. L’ulteriore conferma arriva da uno studio italiano: l’olio di palma – dicono le Università di Bari, Padova e Pisa, in collaborazione con la Società Italiana di Diabetologia – è in grado di distruggere le cellule del pancreas che producono l’insulina. Conseguenza: l’olio di palma provoca danni irreversibili, tra questi – oltre ai già dimostrati danni a carico del sistema cardiovascolare – il diabete mellito.
Non è così difficile assumerne grandi quantità, sopratutto per i bambini.
L’olio di palma è presente in molti prodotti della prima colazione, biscotti, merendine e creme alla nocciola spalmabili.
Cosa possiamo fare? Evitare di comprare legno tropicale non certificato e leggere attentamente le etichette degli alimenti, in questo modo contribuiremo a  diminuire la richiesta, e di conseguenza, a ridurre l’offerta delle multinazionali del settore.
Fatte le debite proporzioni e allarmati dalla situazione, in ottobre 2014 siamo partiti in Kalimantan, per verificare lo stato dei fatti, un indagine giornalistica indipendente, supportata dalla Nikon school Italia e con il patrocinio Di FSC Italia – Forest Stewardship Council.
Abbiamo scelto di recarci nella parte nord est dell’isola,  una zona che da fotografie satellitari doveva darci garanzia di foreste ancora intonse, invece con amarezza abbiamo constatato che l’avanzata del “KILLER” – l’olio, sta distruggendo centinaia di chilometri quadrati di foresta.
Sono nate nuove strade  per il trasporto dell’olio e nuovi villaggi per la mano d’opera e i rifornimenti : una vera corsa all’oro!!
Il fumo degli incendi, appiccati appositamente per fare posto alla nuova coltura,  ricopre letteralmente il cielo, le strade, i villaggi.
Eravamo all’equatore , ma non abbiamo dovuto usare creme solari, in un’atmosfera surreale, quasi post-atomica, il sole non l’abbiamo mai visto!!
Abbiamo visitato e constatato che i villaggi Dayak che riescono a non cedere la propria terra, sono ormai pochissimi; le multinazionali offrono loro una somma pari a 80 euro per ogni ettaro di foresta, con la promessa di coltivare riso per un anno dalla deforestazione, una tentazione troppo forte per i poveri indigeni.
Un vero e proprio paradosso, un disastro non solo ambientale ma anche sociale, una truffa!
Spese le poche migliaia di euro, e coltivato il riso per un anno, il villaggio è obbligato a fornire mano d’opera a basso costo alle fabbriche sorte sul territorio per la raffinazione dell’olio, quei pochi che rifiutano questo stile di vita, vengono trasferiti in moderne riserve in stile coloniale costruite dallo stato.
Per poter trovare ecosistemi intoccati siamo saliti di altitudine e con nostro sommo stupore finalmente abbiamo visto il cielo azzurro e le nebbie – questa volta di umidità, che caratterizzano le foreste pluviali tropicali.
Piccole isole che resistono! Un’altro mondo…
Nidi di oranghi tra le piante, il rumore assordante delle cicale, microfauna, insomma quello che ci si aspetta dal Borneo.
L’armonia che suscita l’essere qui, in qualche modo, e per fortuna velocemente, ti fa dimenticare la distruzione che sta a valle e per qualche giorno si ha come la sensazione di essere in un santuario.
Aprile 2015, decidiamo di ripartire per vedere altre zone, questa volta ancora più a Nord al confine con la Malesia.
Dopo aver fatto ben 2 ore di aereo ATR 42 a elica, 5 ore di motoscafo e 5 ore in fuoristrada, passando per i soliti panorami di monoculture di palm oil, arriviamo in foresta, una foresta certificata FSC, cosa significa? De facto è una concessione per il taglio del legno, ma fatta  in maniera sostenibile.
Le specie arboree più rare non possono essere tagliate,  ed il prelievo delle essenze è limitato al piano di gestione forestale, che prevede la ripiantumazione con alberi giovani.
La concessione è vastissima e ha, al suo interno, zone molto ampie dove non si può tagliare perchè di importanza faunistica elevata.
Trascorrendo le giornate insieme a queste persone, pian piano si diventa consapevoli che forse è possibile gestire questi santuari in maniera sostenibile, prelevando solo quello che è indicato dal corretto sistema di gestione forestale, mantenendo il territorio così come dovrebbe essere, impedendo l’avanzata del palm oil.
Anche il legno ha una sua economia, magari meno redditizia dell’olio,  ma comunque di valore, una contrapposizione economica.
La foresta è e rimane tale, le piccole ferite inferte dalla compagnia del legname sono in proporzione come un graffietto sul braccio, rapidamente la foresta tornerà a crescere e si richiuderà come era prima, le zone di taglio hanno un ciclo di circa 50 anni.
Per questo motivo è importante esigere solo prodotti certificati di foreste ben gestite.
Dal punto di vista faunistico il Borneo ha un altissima biodiversità.
E’  l’unico posto, insieme a Sumatra, ad ospitare L’orangutan  con due specie 
Pongo pygmaeus per il Borneo e Pongo abelii per Sumatra , un altra specie endemica di primati è la nasica – Nasalis larvatus.
Non esiste un censimento vero e proprio sugli oranghi, in natura sono molto elusivi, non è difficile però verificarne la presenza, infatti ogni sera preparano un letto di foglie, un nido che viene usato solo per una notte.
Dal punto di vista della conservazione non godono di buona salute, sono classificati da IUCN come specie a rischio – Endangered. Le cause sono da imputare alla deforestazione e al palmoil.
Diverse associazioni si occupano di recuperare gli oranghi nelle zone deforestate per reintrodurli nei parchi nazionali, uno di questi è il Tanjung putin, dove non è difficile incontrarli.
Ci sono inoltre delle specie interessanti dal punto di vista, se così possiamo chiamarlo  “acrobatico”,  che sono  piccoli mammiferi, rettili e anfibi specializzati nel planare di albero in albero; parlo del serpente del paradiso, di scoiattoli, piccoli agamidi e raganelle dotate di grandi membrane tra le dita delle zampe, che permettono di direzionarsi e planare in aria.
Proprio nel cuore del Borneo, nella catena montuosa che attraversa l’isola, vivono 10 specie di primati, oltre 350 specie di uccelli e 150 specie di rettili e anfibi.
Almeno 15.000 specie di piante, di cui 6.000 non si trovano in nessun’altra parte del mondo.
Gli alberi di dipterocarpo detengono la più grande diversità di insetti, fino a 1.000 specie si possono trovare in un solo albero.
Il Borneo ha attirato scienziati per oltre 150 anni, e ha svolto un ruolo chiave nella scoperta dell’evoluzione. Le teorie di Alfred Wallace della selezione naturale sono state ispirate dai suoi viaggi sull’isola nel 19 ° secolo.
Il Borneo è luogo annualmente di nuove scoperte, molte aree montuose sono ancora inesplorate, un sistema di isole ad alta quota che sorgono ai piedi di un oceano di verdi foreste di Dipterocarpaceae.
A causa del loro isolamento, questi luoghi ospitano una selezione unica e ricca di specie asiatiche e australi, un habitat unico e ricco di biodiversità.

Testo Christian Patrick Ricci

Foto: Christian Patrick ricci, Paolo Petrignani

Team I AM EXPEDITION

Christian Patrick ricci: Fotografo e giornalista

Mirko Sotgiu: Video e giornalista

Paolo Petrignani: Fotografo ed esploratore

www. Iamexpedition.it